Prof licenziato, lui ha fatto la pipì ma le stronzate le ha fatte la burocrazia

Occorreva una pipì per avere l'ennesima conferma che la burocrazia nel nostro Paese è come un gigantesco water che spesso serve solo a far sprofondare  il Paese nella cacca. La storia, partita da Bergamo, ha ormai fatto il giro d'Italia, d'Europa, del mondo, diventando senza volerlo ambasciatrice del peggio che  il nostro Paese sa esprimere. Un professore, anzi un ottimo professore, Stefano Rho, stimato dai colleghi, adorato dagli studenti del Liceo linguistico Falcone (e per capirlo sarebbe bastato semplicemente parlare con loro...) 11 anni fa si trova ad Averara, paesino di neanche 200 anime fra le montagne. Difficile trovare gente in giro di giorno, figuriamoci alle  due del  mattino quando il professore viene assalito da un impellente bisognino. Come spettatore rischia d'avere al massimo un gufo o una civetta.In ogni caso, a scanso d'equivoci, per non rischiare di offendere neanche la sensibilità del pennuto, l'insegnante, con la vescica che scoppia e neanche una sola finestra illuminata a cui suonare, per far pipì si  nasconde dietro un cespuglio.  Alzi la mano chi non l'ha mai fatto in vita sua, magari in pieno giorno, magari lungo l'autostrada…  Sfortuna vuole che alle due del mattino non ci siano civette ne lupi o orsi in circolazione, ma una gazzella: quella dei carabinieri, che si avvicinano, prendono le generalità, fanno una ramanzina…  Dovrebbe finire tutto lì. Invece la macchina della giustizia si mette in moto, il caso finisce davanti al giudice di pace, perché i carabinieri, ligi al dovere, hanno fatto rapporto (e poi si lamentano se il numero di barzellette sull'Arma continua a crescere), e arriva una multa da 200 euro… Roba da  ridere già questa in un Paese che lascia in libertà gente che, guidando le banche, ha truffato decine di migliaia di risparmiatori,  rubando perfino i pochi risparmi di una vita di sacrifici a dei vecchietti; in un Paese che lascia in libertà dei maledetti bastardi che guidando imbottiti di cocaina e alcol investono e uccidono della gente; un Paese che prende gli assassini e li rimanda a casa dopo una manciata d'anni… Ma il peggio è quando, dopo la macchina della giustizia, si mette in moto quella della burocrazia: già, perché 11 anni dopo quella pipì, per un'autentica stronzata burocratica (si perdoni il francesismo, ma quando scappa scappa...) costa il licenziamento in tronco all'insegnante. E chissenefrega se a perdere il posto, lo stipendio, il contatto quotidiano coi suoi alunni e colleghi è uno che in vita sua ha pensato solo a lavorare e a farlo nel migliore dei modi. Chissenefrega se sono stati spazzati via 13 anni di lavoro, se è stato lasciato a spasso un padre di tre figli e con la moglie senza lavoro. Licenziato, attenzione, non per aver fatto pipì (come si affretta a precisare la burocrazia) ma perché colpevole di non essersi "autodenunciato" 11 anni dopo,  di non aver messo una crocetta in uno di quei moduli che faremmo volentieri ingoiare ai burocrati (con l'augurio ovviamente che si ritrovino costretti a espellerli all'aria aperta...) per segnalare che nel suo passato c'era quel "terribile reato".  Il licenziamento, insomma, non è avvenuto per aver sbottonato i pantaloni, seppur facendo attenzione che nessuno vedesse, ma perché è stata "omessa la dichiarazione di aver avuto condanne penali".  E poco importa il fatto che andando a controllare il certificato penale del professore, diventato di ruolo un anno fa dopo 13 anni di precariato, si scopre  che risulta immacolato (forse perché perfino in un Paese con una giustizia  da terzo mondo come il nostro sporcare di pipì una fedina penale  è sembrato troppo…); e poco importa che il  provveditorato agli studi di Bergamo, perfettamente a conoscenza dell'accaduto, gli avesse dato il peso che meritava: una stronzata appunto… Qualche burocrate è stato anche solo sfiorato dall'idea che l'insegnante avesse dimenticato? O, magari, che avesse pensato, non essendo rimasta traccia di quella pipì negli schedari giudiziari, che non dovesse esserne rimasta macchia neppure sulla sua fedina penale?  Chiunque al posto del professore avrebbe probabilmente pensato la stessa cosa. Ma non qualche burocrate, per il quale tutte queste prove a discolpa non potevano bastare ad assolvere l'insegnante bravissimo, ma dalla vescica forse un po' debole. Attenti italiani: in qualche stanza romana si nasconde, magari sotto le spoglie di un qualsiasi  travet in giacchettina o occhialetti, un perfido Torquemada pronto a mettervi nel tritacarne della burocrazia e a gettare poi la polpetta informe nel cesso.  Stavolta senza neanche farla passare dallo stomaco e dall'intestino... Un inflessibile passacarte, di quelli a cui Alberto Sordi avrebbe dedicato un film, per il quale evidentemente avere la vescica debole è peggio che portare una pistola senza porto d'armi. Figuriamoci  cosa potrebbe rischiare un soggetto ad attacchi di dissenteria: se mai dovesse capitare allo spietato burocrate  di sorprenderlo in mezzo ai boschi mentre cerca sollievo alle budella che si stanno contorcendo, il malcapitato rischierebbe come minimo di finire con le catene ai piedi (ma anche con un pannolone in ferro  per fermare altre fuoriuscite, non si sa mai) ai Bagni penali. Perché è così che qualche burocrate, forse, chiama ancora le prigioni. Ma anche perché, visto il capo d'accusa, ovvero una pisciata, non sia mai detto che un burocrate non ha il senso dell'umorismo: quale prigione? Chi di pene ferisce di pene perisce. Condannato ai bagni penali... Semmai a qualche burocrate mancano molti altri sensi: la vista, per guardare cosa c'era davvero in quell'episodio. O l'udito, per ascoltare chi per anni ha lavorato fianco a fianco con quell'insegnante. Per non parlare del senso della misura: se la scienza dovesse dirci che il senso nella misura sta in una precisa parte del cervello, siate certi che qualche burocrate ha subito una lobotomia. E che il chirurgo ha asportato esattamente quella parte. Una piccolissima dose di buon senso sarebbe stata più che sufficiente per capire che 200 euro di multa avevano già ampiamente saldato il conto, e in via definitiva, con uno la cui storia merita solo rispetto, dalla prima all'ultima pagina. Pipì di Averara compresa. Chi è il professor Stefano Rho? Innanzitutto è  uno che, episodio di Averara escluso, ha avuto un sacco di fortuna. Fin dalla nascita. Perché non a tutti (non certo a dei poveri burocrati spessissimo figli di altri burocrati, considerato che in certi uffici non si entra per meritocrazia ma perché figli di, nipoti e amici di, in quota a quel partito, vicino a quel sindacato…..) capita infatti di avere due genitori medici volontari in Africa, capaci di allestire un piccolo ospedale dopo essersi sposati e aver chiesto agli amici, nella lista nozze, "il dono di 22 letti per adulti, 9 lettini per bambini, culle per neonati, lenzuola, elettrocardiografo, microscopio, lettino operatorio" come ha ricordato Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera.  Crescendo, poi, il futuro insegnante deve averci messo del suo se è vero che ottimi professori del liceo Falcone lo adorano, se il suo licenziamento ha fatto inumidire gli occhi a centinaia di suoi alunni. Un bravissimo professore di filosofia, dunque, ma anche un ottimo maestro di vita. Che con questa vicenda, senza volerlo, ha dato una straordinaria lezione al Paese. Ha spiegato a qualche decina di milioni d'italiani che è arrivato il momento di svuotare molti bagni pubblici trasformati in uffici statali, licenziando in tronco una massa di burocrati. Perché sono loro da licenziare, non l'insegnante che ha dimenticato di dire che sì, alle 2 di notte in effetti aveva fatto pipì, e che per quella "turpe vicenda" era stato condannato. La triste verità è che ci sono due Italie: quella delle persone vere, cha lavorano, che cercano di costruire un futuro per se e per gli altri, e quella dei parassiti, che trascorrono la vita da ingranaggi di un sistema marcio, putrido, schifoso del quale si nutrono e che loro stessi alimentano.  Una porcheria che dovrebbero loro stessi denunciare, se possedessero almeno, cosa che non hanno,  almeno il coraggio dimostrato dal ragionieri Ugo Fantozzi davanti alla proiezione della corazzata Potemkin, gridando "Questa norma è una cagata". L'ha imposta un illustre dirigente? Licenziate lui per primo!  E licenziate tutti quelli che ogni giorno lavorano (?) per complicare la vita alla gente, o per rovinargliela proprio. Come avvenuto al professor Rho, divenuto per settimane il cognome più pronunciato nei bar. Altro che Borriello, arrivato all'Atalanta al posto di Denis. Cosa dice la gente al bar? Per scoprirlo basta entrare in un locale qualsiasi, ordinare un caffè e provare a dire qualcosa tipo: "che razza di Paese siamo, come si fa a licenziare in tronco un brava persona per una stronzata simile… " Ascolterete ogni genere di commenti. Centinaia, migliaia. Tutti di condanna. Non certo dell'insegnante: dello Stato. "Burocrati di m…. " è il commento in testa alla top ten, con un vantaggio abissale. Poi ci sono  diverse "esternazioni" intraducibili fatte da chi se ne frega evidentemente del reato di vilipendio.  In molti hanno perfino chiamato in causa un concittadino illustre, Vittorio Feltri,  ospite di Virus, trasmissione Rai condotta da Michele Porro, proprio mentre in città andava in scena la kafchiana (ma da pronunciare caccana) vicenda del professor Rho. Parlando dell'Affittopoli romana, con appartamenti da sogni affittati a poche decine di euro al mese ai soliti amici degli amici (parenti stretti di qualche  burocrate?) Feltri si è fatto scappare (no, non la pipì...) una parola di troppo: fucilazione.  Una provocazione, evidentemente. Anche il Vittorio nazionale l'ha fatta fuori dal vaso? Probabile. Ma per molti  "Feltri ha solo avuto il coraggio di dire quello che in tantissimi pensano". Ovvero che occorre spazzar via i burocrati, i parassiti".  Sacrosanto, operazione ormai irrimandabile, ma da eseguire senza neanche una carabina ad aria compressa, ci mancherebbe. Basta un licenziamento, in tronco. Come quello inflitto al professor Rho, che il ministro dell'Istruzione dovrebbe far riassumere immediatamente, ridandogli la cattedra che gli spetta di diritto. Perché gli spetta, perché se l'è guadagnata. Per merito. Magari rimandando a casa  qualche supplente nemmeno laureato in filosofia chiamato a sostituirlo. Già, perché nel Paese della burocrazia più nauseabonda succede anche questo. In attesa di scoprire come finirà la vicenda, al  professor Rho resta la consolazione di aver fatto traboccare,  con la sua storia, il vaso: di aver  mostrato il mare di escrementi della macchina burocratica che ha invaso le vie, le case gli uffici, fino alle scuole. Come il liceo intitolato a Giovanni Falcone.  Facendo capire davvero a tutti che siamo a un punto di non ritorno, che dobbiamo obbligare chi guida il Paese a pulire i troppi uffici fogne. Disinfettando tutto per non lasciare traccia.  E nessuna traccia deve restare sul curriculum professionale del professore una volta reintegrato. Quando? Impossibile saperlo in un Paese che alla burocrazia non concede solo di fare idiozie, ma anche mesi, anni per spiegare l'accaduto. Con la certezza che nel frattempo tutto verrà dimenticato dall'opinione pubblica. E nel frattempo, mentre molti burocrati continueranno a essere retribuiti per fare nei loro uffici ogni giorno un lavoro "di cacca",  l'insegnante capace di fare solo una volta, dietro un cespuglio, una misera pipì resterà a piedi? L'augurio è che qualche  scuola privata,  in attesa che la scuola pubblica impari la lezione, lo assuma. Farebbe un ottimo affare: Stefano Rho è bravissimo professionalmente, umanamente è il massimo. È solo un po' debole di vescica… Ma basta non fargli fare lezione  all'aperto... Il provveditore che aveva deciso di "promuovere"  il professore al termine della prima interrogazione-interrogatorio e che poi, per la stessa accusa l'ha bocciato, senza avere il coraggio di provare almeno a dire no, io non ci sto, senza domandarsi che voto avrebbe meritato in una materia importantissima come la coerenza, potrebbe metterlo nero su bianco: " il professor Rho va riassunto ma a condizione che accetti d'ora in poi  di fare pipì solo al chiuso". Con tanto di timbro, perché la burocrazia ha le sue regole...  Sarebbe il giusto finale per una storia di straordinaria burocrazia.  Straordinariamente idiota. Resta solo un ultimo dubbio: non è che qualche burocrate, avendo letto che il prof ha fatto pipì all'aperto e sapendo (perché il burocrate ha studiato... ) che la pipì si fa con un organo che si chiama pene, ha deciso che la faccenda non poteva non chiudersi senza una condanna penale?

1 Risposta

  1. Tullio

    Un’altra delle mille storie che fanno accapponare la pelle e contorcere le budella. Ma non si può far finta di niente. Create un sito “Basta stronzate” o qualcosa del genere, dove possiamo scrivere, con nomi e cognomi di questi parassiti schifosi che si annidano nelle amministrazioni e che ci avvelenano la vita. Forse non potremo schiacciarli sotto il calcagno come meriterebbero, ma possiamo renderli ridicoli e mostrare l’imbecillità dei loro superiori che non sono capaci di ricondurre le azioni dei sottoposti ad un ambito civile e rispettoso della fatica degli altri. Spero che qualcuno cominci a dire basta, io non ne posso davvero più.