Una diga sventrata, una grande parete di cemento e sabbia con una gigantesca ferita al centro, dalla quale spuntano brandelli di ferro arrugginito. Un’immagine capace di far accendere nella mente un accecante flashback, di far viaggiare a ritroso nel tempo con negli occhi l’impressionante visione del crollo: la devastante forza d’urto della massa d’acqua e fango piombata a valle travolgendo alberi, case e cancellando centinaia di vite umane. È questa l’immagine “finale” che si trova davanti chi arriva alla Diga del Gleno, diventata tristemente famosa il primo dicembre del 1923, giorno in cui crollò seminando terrore e morte con 359 vittime ufficiali. Uno “spettacolo” impossibile da dimenticare, raggiungibile con una camminata di meno di un’ora e mezza partendo da Vilminore di Scalve, frazione Nona, dopo aver lasciato l’auto nella piazzola segnalata o nei posteggi di via Fermo e via Manina. Un percorso che, in attesa dell’incredibile finale, regala bellissimi scenari naturali. Alzando lo sguardo tra i boschi, si possono scorgere i capanni in legno dei cacciatori: strutture silenziose che, con la loro forma, ricordano quasi le torrette degli avamposti nei territori indiani viste in tanti film western. Da non perdere, alla partenza dell’escursione o sulla via del ritorno, con una piccola deviazione, la chiesetta di San Giacomo (NON HO FOTO) con il suo caratteristico campanile in pietra. E per chi, dopo aver assaporato la bellezza dei paesaggi, vuole gustare anche uno spuntino, l’appuntamento è al piccolo chiosco sulle rive del laghetto nel quale si specchiano i resti della diga (previa verifica […]