Se passeggiando per Mozzo vi dovesse capitare di sentir parlare di “Distinti salumi“, non aspettatevi solo un modo scherzoso per salutare: l’idea, nata quasi per gioco circa trent’anni fa (eravamo nel pieno degli anni ’90), per fare il “verso” a nonno Aristide che amava salutare così, è diventata infatti il marchio di fabbrica di un’azienda, il Salumificio Bonalumi, che ha deciso di trasformare una simpatica facezia in una filosofia di vita.
Una frase nata per gioco diventata il marchio di fabbrica del salumificio
Perché qui, i salumi, sono “distinti” per davvero: per qualità, storia e quel pizzico di orgoglio bergamasco che non guasta mai.
Quel salame da dieci chili che sembrava un’impresa impensabile
A cominciare da un insaccato da record che ha scritto una della pagine più “colorate” della storia del salumificio anche grazie al suo inconfondibile “profumo di sfida”: quella lanciata da un cliente che per farsi notare a una fiera alla quale si apprestava a partecipare, aveva chiesto l’impensabile: un salame da dieci chili. Sfida immediatamente raccolta – e vinta- da chi, nei laboratori teatro dell’antica arte della norcineria, senza neppur scomporsi, dopo aver commentato con un serafico “proviamoci”, aveva realizzato “l’opera”: un salame gigante destinato a diventare subito il protagonista indiscusso della fiera, dimostrando che quando l’artigianalità incontra la determinazione, non ci sono limiti che tengano.
Dal dopoguerra a oggi: una storia di difesa della tradizione
Un capitolo “indimenticabile” nella lunga storia della famiglia Bonalumi, iniziata nei primi anni ‘50, quando il nonno Aristide aprì la sua bottega artigianale a Valbrembo. Erano tempi in cui si macellava “sotto casa” e il microclima lungo le sponde del fiume Brembo offriva l’ambiente ideale per la stagionatura. Oggi, nei 1500 metri quadrati della sede di Mozzo, dopo il passaggio di testimone ai figli Livio e Giuseppe, tocca alla terza generazione guidata da Cristian (insieme a Valentina, Mariana e Francesca) mantenere viva la fiamma. Con un obiettivo prima di ogni altro: “difendere” uno degli ultimi baluardi rimasti contro la globalizzazione alimentare. Già, perchè mentre il mondo corre verso cibi tutti uguali Cristian Bonalumi, che ha aderito convintamente al consorzio “Bergamo Città dei Mille Sapori“, ha deciso di non rinunciare per nessuna ragione al mondo a quello che definisce “il diritto della clientela di poter gustare un salame che sappia ancora di casa, di genuinità e di territorio. Proprio come quei salami di nonno Aristide, la cui fetta, rigorosamente spessa un dito, sottolinea ridendo, “la gà de stà ‘n pè”. Ovvero, deve stare in piedi.
I segreti di zia Silvia e nonna Marina per tre piatti da favola
Pronta a soddisfare i palati più esigenti, grazie a prodotti che “vanno celebrati a tavola”, e a segreti tramandati di generazione in generazione capaci, oggi come 70 anni fa, di regalare sapori unici come accade, per esempio, per tre suggerimenti “rubati” direttamente dal ricettario di famiglia: L’antipasto della zia Silvia, un crostino di pane (tagliato rigorosamente con uno spessore di un centimetro) dove la dolcezza del formaggio morbido, come un taleggio fresco, sposa il carattere del ripieno di salamella, il tutto passato in forno a 180 gradi per cinque minuti; Il primo del “presidentissimo“, sua maestà il casoncello, farcito con una ricca pasta di salame, condita, Ça va sans dire, con pancetta croccante; e Il secondo della nonna Marina, l’immancabile musetto (cotechino) accompagnato da un purè di patate che, oltre allo stomaco, scalda pure il cuore.
Assaggiare quei prodotti scalda il cuore, vederli preparare anche…
Così come emoziona vedere ogni giorno i responsabili del negozio al lavoro, pronti a tagliare “una fetta di tradizione”. Perché nel mondo dei Bonalumi, l’unico “social” che conta davvero è quello che si fa davanti a un tagliere misto e a un buon bicchiere di vino, difendendo con orgoglio quel Made in Bergamo che non teme confronti.
Articolo realizzato da Barbablù per ilmadeinbergamo.it