San Paolo d’Argon, nell’antico monastero è sepolto un tesoro?

Impossibile descrivere l’espressione di sorpresa che il referente della Soprintendenza per i beni storici e artistici di Bergamo e Brescia assunse quando, durante una visita guidata alla chiesa parrocchiale di San Paolo d’Argon, si imbatté nel “Martirio di San Giovanni evangelista” di Giuseppe Maria Crespi. La sorpresa si fece incredulità mista a orgoglio quando la guida descrisse le altre tre preziose tele, conservate nell’edificio ecclesiastico, sempre opera del grande artista del Settecento.

Le tele di Crespi vengono prestate ai musei di New York, Londra...

Il fatto che una chiesa parrocchiale custodisca ben quattro rare tele di uno degli artisti considerati tra i maggiori esponenti del tardo barocco risulta alquanto sorprendente e straordinario. Basti pensare che dipinti del Crespi (detto Lo Spagnolo per la foggia degli abiti che era solito indossare in gioventù) fanno bella mostra di sé in collezioni private e musei pubblici di città come New York, Washington, Chicago, Birmingham, Londra, Dublino, Bruxelles, Dresda, Vienna, Leningrado, Mosca, Firenze, Napoli, Roma, Bologna e tante altre importanti località. Non è raro, quindi, che durante l’anno le tele si allontanino, a turno, da San Paolo d’Argon e raggiungano i luoghi più disparati del pianeta per arricchire mostre temporanee e particolari eventi, lasciando sulla parete della loro nicchia, rimasta vuota e grigia, un biglietto con le parole “Opera temporaneamente prestata a …”, una sorta di “torno subito” rivolto ai parrocchiani. Fedeli fortunati, i sampaolesi, che da secoli possono pregare in un luogo splendido, caratterizzato non solo dalla presenza di numerosi capolavori su tela ma anche dall’abbondanza di stucchi, affreschi, sculture, decorazioni e ornamenti di pregevole fattura

Le prime tracce del monastero Benedettino riportano all'anno mille

Per comprendere le origini di tale opulenza bisogna tornare indietro nel tempo e fermarsi al 1079, anno di fondazione dell’attiguo monastero benedettino al quale l’edificio di culto fu sempre legato. Come testimonia l’iscrizione ancora oggi visibile sulla facciata della chiesa, già a partire dalla sua consacrazione, avvenuta nel 1198, vennero concessi particolari privilegi papali da Callisto II e da Onorio II. Tali concessioni firmarono solo l’inizio di un lungo e profondo legame del monastero con la Santa sede che contribuì ad accrescere, nei secoli, l’importanza di questo priorato cluniacense non solo in termini religiosi, sociali e culturali ma anche economici e diplomatici. Basti pensare che nel XXIII secolo i suoi possedimenti si estendevano fino ai paesi limitrofi e, a sud, quasi fino al milanese contendendo il primato con l’altro potente priorato bergamasco, quello di Pontida. Tale immagine potrebbe indurre a percepire i monaci come risoluti esattori, ma la tradizione popolare locale ne ricorda invece la mitezza e l’operosità. Si narra addirittura che essi fossero così umili e dediti al lavoro da produrre un’enorme quantità di botti di prezioso vino con i soli chicchi d’uva rimasti sui filari o caduti a terra dopo la vendemmia effettuata dai contadini del luogo. Inoltre, la raffigurazione di un’ape, simbolo di solerzia e dolcezza, nello stemma comunale di San Paolo d’Argon, rimanderebbe proprio alla figura dei cluniacensi. A confermarne la scarsa attitudine all’essere impositivi, infine, la testimonianza di una vera e propria bolla papale, datata 1279, nella quale il Priore d’Argon veniva minacciato di scomunica “poiché da anni la dipendenza di San Paolo del Lago non assolveva agli obblighi di decima nei confronti del papa”. San Paolo del Lago corrisponde all’odierna isola di San Paolo sul Lago d’Iseo (tappa fortunata dell’installazione “The Floating Piers” che l’artista Christo ha allestito nel 2016) dove, al tempo, risiedeva una congregazione religiosa che dipendeva dal priorato sampaolese. La silenziosa vita nel monastero fu scandita dal lavoro e dalla preghiera per circa due secoli, fino a quando, verso la metà del Quattrocento, iniziò un periodo di decadimento morale e istituzionale che indusse Papa Paolo II a conferire l’abbazia in commenda a Giovanni Battista Colleoni, nipote del condottiero Bartolomeo. A seguito della rinuncia del beneficio da parte del Colleoni, nel 1496 la struttura fu annessa alla Congregazione di Santa Giustina da Padova, poi confluita nell’Ordine Cassinese. Da quel momento la figura del priore venne sostituita con quella dell’abate il quale ebbe il compito di restaurare anche fisicamente il cenobio, recuperandone l’antico splendore. Sganciandosi da logiche localistiche ed assumendo un approccio cosmopolita, derivante anche dai frequenti contatti con la Santa Sede, gli abati cassinesi si rivelarono ottimi committenti, estremamente dotti e aperti alle novità artistiche del momento. A partire dai primi anni del Cinquecento iniziò quindi un processo di ammodernamento che interessò dapprima il monastero ed in seguito la chiesa e che donò loro la nuova veste, dall’inusuale bellezza, che oggi possiamo ammirare.

Il piccolo chiostro ha tenuto a battesimo la rinascita iniziata nel 1500...

Il primo importante intervento strutturale fu la creazione, nel 1512, di un delizioso piccolo chiostro rinascimentale delimitato da colonne in marmo raccordate da archi a tutto sesto e cornici in laterizio. Il progetto è ascrivibile all’architetto Pietro Cleri, detto Isabello, artista all’epoca molto apprezzato per le sue realizzazioni a Bergamo, al quale fu affidata anche l’ideazione del refettorio (in seguito trasformato in cappella).

… proseguita col chiostro maggiore dalle 32 colonne di marmo....

Successivamente, sempre su progetto dell’Isabello, venne realizzato l’attiguo chiostro maggiore. Trentadue colonne in marmo bianco di Zandobbio con capitelli corinzi formano un loggiato rettangolare caratterizzato dalla presenza di archi a sesto abbassato. Curiosi sia i quattro mascheroni posti sulle caditoie, in pietra sapientemente lavorata, sia le raffinate diverse decorazioni dei fusti di ogni colonna.

… per arrivare al nuovo refettorio e alla ricchissima biblioteca

Tra gli ambienti interni, il refettorio spicca per ricchezza compositiva e cromatica. Ricostruito verso il 1570, è caratterizzato da una stupenda volta affrescata dal veronese G. Battista Lorenzetti che, molto probabilmente su volontà della committenza, illustrò la biblica storia di Ester esaltando, però, la raffigurazione dei riti della vita di corte più che il profondo significato religioso della storia biblica. Al visitatore odierno risulta veramente difficile immaginare i monaci consumare un pasto frugale e povero, nel silenzio della preghiera, in un ambiente così ricco di rimandi alla vita mondana del tempo. Un ideale fil rouge collega la sontuosità del refettorio direttamente alla chiesa attraversando l’androne in cui troneggia la preziosa scalinata che portava all’appartamento dell’abate e all’antica biblioteca con l’edificio sacro. Già! La biblioteca … Oggi purtroppo possiamo solo lontanamente immaginare di quali preziosità fosse composta una collezione creata nei secoli dai monaci appartenenti all’Ordine degli amanuensi per eccellenza

In un antico salone i monaci creavano splendidi codici e miniature

Come testimoniato in molte strutture benedettine, è verosimile pensare che anche l’Abbazia d’Argon possedesse lo “Scriptorium”, la squadra di religiosi addetti alla creazione di manoscritti, splendidi codici e miniature, ornati con decorazioni raffinatissime. Non è dato sapere quale sia stato esattamente il destino della biblioteca monastica. Le uniche testimonianze riguardano la sua esistenza e l’incendio che dovrebbe averla interamente distrutta, nel 1797, per mano delle truppe napoleoniche, incaricate di spogliare il monastero di ogni suo bene. Il verbo al condizionale è utilizzato intenzionalmente in quanto, fortunatamente, in quell’occasione i monaci riuscirono a salvare molte opere nascondendole nella parte interrata dell’abbazia, ai tempi adibita a cantina e a magazzino. Si tratta di una vasta e suggestiva area con muri in pietra e volte a botte in mattoni, da cui si snoda una serie di gallerie, la maggior parte delle quali oggi quasi totalmente interrate.

Nelle antiche gallerie cosa nascosero i monaci alle truppe di Naopoleone?

Si narra che, durante l’assedio napoleonico, i monaci si siano nascosti proprio in uno di questi condotti, precisamente in quello che anticamente avrebbe collegato l’abbazia con l’eremo di Santa Maria sul prospiciente Colle d’Argon. La leggenda vuole che lungo quel tratto i monaci abbiano addirittura lasciato un tesoro nascosto! Bastano pochi passi sul retro della preziosa scalinata, per ritrovarsi direttamente sull’altare maggiore. Una posizione privilegiata da cui si può ammirare la chiesa in tutta la sua bellezza e la sua originalità. L’antica chiesa cluniacense, di impianto romanico, fu completamente ricostruita ed ornata tra il 1684 ed il 1739. Il breve lasso di tempo in cui furono realizzati i lavori di ricostruzione e di decorazione fece sì che l’edificio presentasse una notevole omogeneità stilistica, imponendosi come una delle testimonianze artistiche più significative del passaggio tra Seicento e Settecento, in particolare tra lo stile Barocco ed il Rococò. Caratterizzato da delicatezza, grazia, eleganza, gioiosità e luminosità, quest’ultimo si pose in netto contrasto con la pesantezza e i colori più forti adottati dal Barocco. La struttura si presenta con una grandiosa navata, sapientemente affrescata dall'artista comasco Giulio Quaglio, e sei cappelle laterali. Ciò che colpisce degli affreschi del Quaglio non sono solo l’insieme armonico e la delicatezza delle tinte utilizzate con cui riporta le storie di San Paolo e di San Benedetto, dei Padri e dei Dottori della Chiesa, degli Apostoli e dei Profeti, ma anche l’eccezionale rappresentazione pittorica del Credo Apostolico, affermazione di fede concepita durante il Concilio di Nicea del 325 e da Sant'Ambrogio: un’opera assolutamente unica nel panorama storico-artistico del tempo. Le sei cappelle contengono bellissimi altari in marmo di scuola barocca bresciana, realizzati dai fratelli Corbarelli e da Sante Calegari il Vecchio, a cui si attribuiscono anche le quattro statue degli Evangelisti nelle nicchie delle piccole pareti angolari della navata. L'altare maggiore, eretto nel 1716 sempre dei fratelli Corbarelli, presenta invece opere scultoree attribuite alla bottega del bergamasco Andrea Fantoni. Tra i numerosi pregevoli dipinti, alcuni dei quali realizzati da artisti tra i più significativi del periodo, due pregevoli tele del bellunese Sebastiano Ricci e le due del veronese Antonio Balestra. Curiosa anche la presenza di opere del napoletano Paolo de’ Matteis, che operò rarissimamente nell’Italia settentrionale e abbondantemente nel cilento, a Parigi, a Roma e in Paesi esteri come Austria o Spagna, Inghilterra o Francia. La bellezza delle quattro splendide tele del bolognese Giuseppe Maria Crespi, artista ai tempi molto quotato e pupillo di Ferdinando de’ Medici, impressionò l’ambiente clericale di Bergamo città a tal punto da fargli ottenere la commissione per un’importante tela destinata addirittura alla Cappella Colleoni. Marmi, ori, stucchi, lapislazzuli, legni pregiati, tele rare. Un vero e proprio tesoro accumulato da umili servitori nella vigna del Signore! L’accesso al Monastero per visite culturali è gestito dall’Associazione InChiostro, che si ringrazia per la gentile concessione delle fotografie. La chiesa è parrocchiale e vi si svolgono le ordinarie attività liturgiche.

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